Yoga e Sport

Mi sono avvicinata allo yoga per compensare gli sport che maggiormente praticavo, che erano la corsa a piedi, il ciclismo e il nuoto che all’epoca insegnavo anche. All’inizio non ero costante, anzi, quasi mi annoiavo, ma ogni volta, le sensazioni che provavo mi spingevano a tornare sul tappetino. Credo che queste parole possano risuonare famigliari a molti.

Per qualche anno ho continuato a praticare sporadicamente, poi gradualmente, lo yoga è entrato nella mia quotidianità facendomi sentire sempre più “a casa”.

Lo yoga ha migliorato la mia vita e il mio approccio all’attività sportiva, rendendomi più libera di muovermi, più focalizzata, insegnandomi a gestire meglio il mio respiro, di conseguenza le mie emotività e la mia energia.

In che modo lo yoga può aiutare a migliorare o a sostenere le nostre prestazioni sportive?

Flessibilità, forza, postura, controllo del respiro.

Queste sono le prime tre cose che mi vengono in mente, senza nemmeno pensarci più di tanto basandomi proprio sulla mia esperienza personale.

A lato invece il commento di una mia allieva runner.

 

 

Partiamo da un dato di fatto che molti sport sono sbilanciati e asimmetrici. Questo significa che tendono ad un utilizzo eccessivo di determinate parti del corpo e a un sottoutilizzo di altre, con la conseguenza di intorpidire i muscoli non allenati, lasciando a quelli allenati un doppio carico di lavoro.

Esempio: quadricipiti troppo oberati di lavoro e troppo sviluppati provocano un accorciamento dei muscoli posteriori della coscia, che diventano più vulnerabili ad eventi traumatici. Anche le ginocchia soffrono dovendo assumersi il carico di un quadricipite iper sviluppato e muscoli femorali troppo deboli. Nelle mie lezioni di yoga per bikers e per runners, infatti, tratto argomenti come la sindrome del piriforme o la sindrome della bandelletta ileo tibiale per esempio, che sono proprio due infortuni tipici che possono venire a chi trascura certi accorgimenti nella corsa o nel ciclismo (non solo).

Tra i dolori più comuni correlati a questo tipo di atteggiamento, compaiono le rigidità della schiena, lo stiramento dei muscoli posteriori della coscia, spalle bloccate, ginocchia doloranti e in generale spossatezza.

Yoga vs stretching: spesso, da chi non conosce, viene confuso lo stretching con lo yoga. Ovviamente, chi pratica sa benissimo che sono due cose completamente diverse tra loro, ma vediamo in dettaglio alcune delle differenze.

  • A differenza di quello che accade nello stretching, nello yoga gli asana non sono il fine, ma il mezzo. Il fine è la sincronia di mente e corpo che si attua attraverso il respiro coordinato e un senso di bilanciamento. Lo stretching invece è mentalmente passivo; richiede uno sforzo fisico, ma non mentale
  • Lavorando in modo olistico, gli esercizi yoga aiutano a migliorare la prestazione di compiti funzionali diminuendo però lo sforzo e lo stress richiesti per la loro esecuzione.
  • Chi è padrone del proprio corpo controlla la mente, chi non controlla la mente non è padrone del proprio corpo (Buddha)
  • Per essere padroni del nostro corpo e della nostra mente dobbiamo imparare ad usare il respiro
  • Il respiro è un atto involontario, ma nel momento in cui ci portiamo l’attenzione e l’intenzione diventa un atto volontario. Spesso usiamo solo una minima parte della nostra capacità respiratoria e della nostra capacità toracica
  • Colui che è capace di contenere il respiro, è capace di contenere la mente
  • Calmando il respiro si calma la mente e viceversa
  • Lo yoga porta ad avere uno sguardo introspettivo – pratyhara– imparando a conoscere e ad avere una sensibilità maggiore nei confronti di se stessi, rispettando i nostri limiti o portandoci oltre, con rispetto e consapevolezza.

Come lo yoga può sostenere la forza.

Con la pratica degli asana andiamo a risvegliare muscoli che normalmente tendono ad atrofizzarsi perché poco utilizzati, specialmente quelli del torace, dell’addome e del dorso.

Lo yoga aiuta a sostenere le parti sovraccaricate e a sviluppare la forza in quelle sottoutilizzate, ma soprattutto, insegna la consapevolezza del proprio corpo, in modo da poter evitare gli infortuni dovuti all’over training.

Mantenere elasticità, flessibilità è la miglior prevenzione per gli infortuni da sovraccarico.

Il corpo di un atleta è spinto a voler essere sempre in competizione. Invece:

  • La pratica dello yoga ci fornisce degli strumenti per rinforzarci mentalmente e fisicamente
  • L’obbiettivo dello yoga, non è il raggiungimento di un qualcosa, ma è la pratica di per sé l’obbiettivo.
  • Per questo la pratica ci insegna il non attaccamento: non attaccarci ai risultati.
  • La pratica è uno strumento per studiare noi stessi e sentirci meglio. Con costanza e tempo, i risultati comunque arrivano anche senza affannarci nel rincorrerli.

Per questi motivi inserire una pratica costante e regolare negli allenamenti non può che migliorarne le prestazioni e creare le condizioni per continuare a praticare sport più a lungo.

Il controllo del respiro (Pranayama) ci aiuta inoltre a gestire meglio l’ansia da prestazione:

  • Inalate l’eccitazione, esalate la precisione
  • Inalate la prontezza, esalate la chiarezza
  • Inalate la lucidità mentale, esalate la concentrazione

Di seguito un esempio di alcune asana che potrebbero essere propedeutiche per runners e bikers:

Ustrasana, la posizione del cammello. Allunga e distende tutta la muscolatura frontale del corpo, agisce sugli organi addominali, stimolando le funzioni digestive, migliora la postura, rinforza spalle e braccia. Crea più spazio per il respiro e a livello emotivo attenua l’ansia.

Garudasana è una posizione di forza e controllo. Migliora il nostro equilibrio, la concentrazione, rinforza le caviglie, allunga il tensore della fascia lata e la muscolatura glutea, crea mobilità sulle nostre anche ed estende tutta la muscolatura infrasca polare

Skandasana: equilibrio, stabilità, rinforza caviglie, mobilità sul bacino ed estensione degli ischio crurali e dei muscoli aduttori della gamba stesa.

Chaturanga dandasana: rinforza core, braccia, spalle e polsi

Vrksasana, posizione dell’albero: rinforza gambe, caviglie, mobilità del bacino, migliora, l’equilibrio, il focus e la concentrazione

Supta virasana estende la muscolatura frontale del corpo migliorandone la postura

Samanta Carpeggiani. Pratico yoga dal 2006, ma solo nel 2017 ho deciso di fare una formazione per diventare insegnante di yoga. Da allora non mi sono più fermata, e nel 2019 ho lasciato il mio vecchio lavoro nel sociale, per dedicarmi completamente alla pratica e allo studio dello yoga. Con l’arrivo della pandemia non mi sono mai fermata: ho cambiato il mio modo di lavorare e di continuare a formarmi trasferendo gran parte del mio lavoro online.Da studente ho sfruttato l’opportunità di continuare a studiare e a formarmi con maestri ed insegnanti che forse non sarei mai riuscita a raggiungere per questioni di distanza tempo e soldi, e da insegnante ho voluto dare anch’io quest’opportunità a chiunque volesse coglierla!

Sono sempre stata una sportiva, per anni ho insegnato nuoto, uso la bici come mezzo per esplorare, mi piace definirmi una viaggiatrice a pedali e in van con me non mancano mai un paio di scarpe comode e il tappetino. Amo il movimento in tutte le sue forme, mi piace andare oltre ai confini del tappetino e farlo con un approccio yogico di ascolto e conoscenza.

Mi piace studiare l’anatomia e la biomeccanica in relazione al movimento (volevo fare la fisioterapista e ho lavorato 15 anni nel sociosanitario) e dare una interpretazione moderna e occidentalizzata a questa splendida disciplina, attingendo dalle sue antiche radici, continuando a studiarne la storia e la filosofia.
Il mio obbiettivo è guidarti in una pratica sicura, cercando di darti più autonomia e consapevolezza possibile, nei movimenti e nel respiro.

La salute in casa dello Yogi, uno sguardo al Feng Shui

Uno yogi è sempre attento alla salute e all’igiene anche dell’ambiente domestico.

Si attiene spesso ai consigli del Feng shui per creare un ambiente favorevole al buon sonno. Ma molti tralasciano l’importanza dello specchio.

CONOSCIAMO IL POTERE DEGLI SPECCHI?

Per arredare casa mia, mi sono basata (nei limiti del possibile) sugli insegnamenti di questa millenaria disciplina cinese. Il Feng Shui è l’arte cinese della disposizione degli spazi e fa sì che in un ambiente, si crei con l’arredo un giusto equilibrio tra le forze attive, definite yang (maschili solari), e quelle passive, definite yin (lunari femminili).

Di solito in un ambiente capita di percepire un eccesso dell’una o dell’altra, cosa che viene avvertita già in base alla stessa forma dello spazio e spesso lo si percepisce appena si entra in una abitazione per la prima volta!

L’energia deve scorrere liberamente, ma anche poter permeare negli spazi.

Lo stesso meccanismo vale quindi per lo specchio, elemento d’arredo ampiamente usato a “sproposito”.

La superficie di uno specchio è in grado di riflettere la luce e quindi l’energia. Per questo il Feng Shui ritiene lo specchio in grado di potenziare il Ki – l’energia vitale (la Kundalini), ma può anche deviarne o addirittura ostacolarne il flusso!

Si può credere o meno ai principi delle filosofie orientali, ma resta innegabile che lo specchio, anche nella tradizione occidentale, venga utilizzato per modificare la percezione dello spazio: allargando un ambiente con delle ampie superfici riflettenti.

Pensate che nel mio paese, era tradizione coprire con un velo nero gli specchi nella casa dove ci fosse un defunto.

I cinesi ritengono, ad esempio, che se un corridoio è troppo lungo e stretto il Ki fluisca troppo velocemente senza avere l’opportunità di attraversare le stanze che vi si affacciano (pensate al senso di angoscia e disagio provocato dal corridoio lungo).

Quindi uno specchio può rallentare questa energia, permettendole di penetrare dappertutto. In questo caso lo specchio aiuta a trattenere l’energia.

  • L’uso di specchi nei corridoi è proprio per rendere l’ambiente meno oppressivo e più arioso.
  • Disposto in un ingresso, serve ad allontanare l’entrata di presenze negative o, simbolicamente, di intrusi. L’immagine riflessa blocca l’accesso e ferma il potenziale ladro.

Posizionato sulla parte esterna della porta di un bagno serve ad evitare l’entrata di energie che si disperderebbero velocemente attraverso lo scarico dell’acqua, anche se esteticamente non è propriamente la soluzione migliore 😃.

Anche la bocca di un camino o l’entrata di una scala sono punti che favoriscono la fuoriuscita di energia. Quindi il posizionamento di uno specchio serve ad intrappolarla e a permettere che fluisca liberamente verso i vari locali.
Perfetti i camini con chiusura a vetro.

La camera da letto è, invece, uno di quei luoghi lo specchio non dovrebbe essere mai e poi mai presente, se non disposto con una certa attenzione, per non disturbare il riposo!

L’immagine riflessa nella penombra notturna arreca danni al riposo senza che noi ce ne accorgiamo, il sonno viene ampiamente disturbato, per non considerare che alzarsi in piena notte e vedere con la coda dell’occhio una immagine in movimento accanto al proprio letto è quanto di più deleterio.

È necessario in ogni caso coprirlo durante la notte, il che è già abbastanza inquietante.
Non facciamo prima a togliere lo specchio dalla camera?

Se è proprio necessario tenerlo in camera, almeno non accanto al proprio letto, né alla fine del letto. Insomma, NON devi vederlo.

Per il Feng Shui, complessivamente, l’uso dello specchio deve essere moderato e non eccessivo, in modo da evitare disordine energetico e quindi percettivo, infatti se gli specchi sono troppi possono disturbare l’atmosfera.

Quindi pochissimi specchi in casa e solo laddove servono davvero (corridoio, angoli bui, stanze a L, fuori dal bagno) e devono riflettere l’immagine intera.

Infine, mai e poi mai posizionare due specchi uno di fronte all’altro, c’è chi dice che in mezzo si veda l’infinito: io credo che non ci sia niente di più disturbante per una persona che passare in mezzo a due specchi. E’ totalmente destabilizzante e l’immagine riflessa non è sempre gradevole.

Ricordiamoci che le evocazioni e i rituali di magia nera vengono spesso fatti con l’ausilio di specchi.
Namastè

Carolina Paoletti (Amar Devi Kaur).

Insegnante Kundalini Yoga con diploma KRI presso la scuola Akhara di Guru Shabad de Santis (guardia del corpo del maestro Yogi Bhajan), 3HO, Certificazione Ikyta International, Csen Yoga Alliance.

Inoltre è Brain Longevity Specialist® e creatrice e unica titolare del marchio Kundalini Flow Method ®, Gong therapist. Tramanda la millenaria conoscenza sacra del Kundalini Yoga unendo i suoi studi di Teosofia, Psicosomatica e Psicologia, Neurotraining, Mantra Yoga Gong e Numerologia promuovendo un approccio concreto ed efficace di Yoga.

Lo studio degli elementi, della numerologia, dei corpi sottili, dei poteri psichici, la meditazione trascendentale e della mente sono atti a portarci ad un alto stato di consapevolezza, espansione e prosperità. E raggiungere l’esperienza dell’infinito.

E’ stata ospite al Festival dell’Oriente con Masterclass di Kundalini Yoga e Meditazione.

Lo Yoga e i luoghi comuni

“LO YOGA É NOIOSO”

L’errore più banale è di pensare la pratica poco dinamica. Il dinamismo nello Yoga è continuo sia nel cambiamento degli asana, sia nell’alternanza delle pratiche: ogni classe di yoga è diversa dall’altra, non si ripete mai la stessa lezione ed è sempre una sorpresa.

“NON HO TEMPO”

Le cose cui dedichi tempo parlano di te, se non trovi tempo per te stesso non sperare in alcun risultato.

“NELLO YOGA NON SI FA FATICA”

Lo Yoga fa sudare e allena, tonifica i muscoli, lavora sul rafforzamento, l’equilibrio corporeo e non da meno, lo stiramento e la resistenza dei nervi. Nello yoga si suda a volte e mantenere determinate posture fa bruciare calorie e scolpisce i muscoli con il vantaggio di allungarli e levigare la pelle: si tendono ad utilizzare, negli asana, muscoli del corpo che spesso dimentichi di avere.

“NON SONO ABBASTANZA FLESSIBILE PER FARE YOGA”

Lo Yoga è prima di tutto uno stile di vita, una filosofia e come tale va acquisita gradualmente nel tempo insieme alla flessibilità corporea. All’inizio è sudore, dolore e fatica ma la flessibilità nei movimenti arriva in modo graduale come effetto collaterale: si entra in una nuova dimensione di calma e concentrazione e il dolore svanisce.

“NON RIESCO A RILASSARMI”

Il realtà il rilassamento interiore che permette di focalizzarsi su se stessi perdendo il contatto con l’ambiente circostante va appreso, attraverso tecniche di respirazione e di concentrazione, che si acquisiscono appunto attraverso lo yoga e la meditazione.
Il grado di attenzione arriva al limite dell’azzeramento, un’ora per te stess* è un privilegio, in una società frenetica nella quale ritagliarsi solo pochi momenti di totale rilassamento diventa eroico e indispensabile.

“LA MEDITAZIONE NON FA PER ME”

Col Kundalini Yoga impari la tecnica, che cambia ad ogni lezione, portandoti ad uno stato meditativo ove le onde Theta fluiscono senza alcuna resistenza, la meditazione e gli esercizi di yoga migliorano il controllo che hai su pensieri ed emozioni. E’ uno stato mentale rivolto all’interno del sè che migliora l’esterno e il modo di affrontare i problemi.
Raggiungere la piena concentrazione non è difficile, in più mantra e canti riconnettono rapidamente al proprio sè.

“LO YOGA NON FA DIMAGRIRE”

Pensi che solo il fitness modelli il corpo? Le contrazioni muscolari dello yoga funzionano come “centrifuga” sul corpo per eliminare i liquidi in eccesso mentre la respirazione aiuta a eliminare le tossine che derivano proprio dall’accumulo dei grassi nell’organismo. Tutto questo migliora la circolazione e aiuta a smaltire i famosi cuscinetti di grasso, stimolando sistema ghiandolare e linfatico.

“LO YOGA È UNA RELIGIONE, UNA SETTA”

Lo yoga è una filosofia di vita, basata su studi antichissimi risalenti al 3.000 A.C, nessuno ti chiede ti pregare un dio diverso dal tuo. Non è un credo.
Se ci sono sette che praticano yoga, questo non vuol dire che lo yoga sia una setta. Sappiate discernere. E se non vi trovate a vostro agio potete sempre cambiare maestro.

“NON RIESCO A STARE FERMO UN’ORA”

Infatti non starai fermo e la pratica dello yoga sarà così dinamica ed energica che non vedrai l’ora di riposarti in Shavasana.

“I MANTRA SONO PERICOLOSI”

I mantra sono potentissimi strumenti per modificare il tuo stato di coscienza ed elevare il tuo spirito, sanare le ferite emotive, richiamare energie per te. Affidati all’insegnante, e non aver paura di scoprire la potenza e l’efficacia del suono.

“IL (KUNDALINI) YOGA È SATANICO”

Certo, infatti io odoro di zolfo e ho le corna… ognuno faccia uso della nostra “tecnologia” come meglio crede, voi affidatevi ad un insegnante certificato ed elevate la vostra coscienza. Vivere in uno stato di pace e beatitudine, avere prosperità e successo ed energia vitale, è diabolico?

… Buona pratica a tutti!

Carolina Paoletti (Amar Devi Kaur).

Insegnante Kundalini Yoga con diploma KRI presso la scuola Akhara di Guru Shabad de Santis (guardia del corpo del maestro Yogi Bhajan), 3HO, Certificazione Ikyta International, Csen Yoga Alliance.

Inoltre è Brain Longevity Specialist® e creatrice e unica titolare del marchio Kundalini Flow Method ®, Gong therapist. Tramanda la millenaria conoscenza sacra del Kundalini Yoga unendo i suoi studi di Teosofia, Psicosomatica e Psicologia, Neurotraining, Mantra Yoga  Gong e Numerologia promuovendo un approccio concreto ed efficace di Yoga.

Lo studio degli elementi, della numerologia, dei corpi sottili, dei poteri psichici, la meditazione trascendentale e della mente sono atti a portarci ad un alto stato di consapevolezza, espansione e prosperità. E raggiungere l’esperienza dell’infinito.

E’ stata ospite al Festival dell’Oriente con Masterclass di Kundalini Yoga e Meditazione.

Vinyasa “il Flow della Shakti”

Una sequenza originale di Vinyasa Flow creata da Janine Claudia Nizza e dedicata al maestro Arturo Benedetti Michelangeli. Disegni di Janine Claudia Nizza.

Riscaldamento: Chandra Namaskara A

Vajrasana

Inspirare: sollevare le braccia parallele verso il cielo. Espirare: Balasana B. Inspirare: Marjarasana. Espirare: Adho Mukha Svanasana. Inspirare: Marjarasana. Espirare: Balasana B. Inspirare: mani sui fianchi mento verso il petto, Ardha Ustrasana. Espirare: testa indietro, Ustrasana A. Inspirare: Ardha Ustrasana. Espirare: Vajrasana

Ripetere 2 cicli

Lo scivolo di Kundalini
Chakra: Muladhara

Supta Vinyasa

Inspirare / Espirare (jump through): Dandasana

Inspirare: busto giù / gambe su: Viparita Karani. Espirare: afferrare le caviglie e portare le gambe stese verso il petto, un respiro completo ritornare con le braccia a terra e con le gambe in Viparita Karani.

5 ripetizioni dinamiche

Inspirare: Viparita Karani con i piedi a martello, 5 respiri. Espirare / Inspirare: Danurasana. Espirare: giù il bacino

5 ripetizioni dinamiche

Inspirare: Dhanurasana, 5 respiri. Inspirare: sollevare le braccia e i talloni. Espirare: scendere a terra col bacino i talloni e le braccia. Inspirare: incrociare le caviglie, mani sotto le ginocchia, mento verso il petto, sedersi a gambe incrociate in Svastikasana. Espirare: ruotare i polsi verso l’esterno e verso l’interno, movimento a spirale: Nadi’s Stretch

Inspirare: mani e ginocchia a terra in Marjarasana

Dondolare la Shakti
Chakra:
Svadhistana

Inspirare: Marjarasana (tail bones up). Espirare: Marjarasana (tail bones down)

5 ripetizioni dinamiche

Inspirare: Marjarasana (tail bones up). Espirare: Adho Mukha Svanasana (tail bones down)

5 transizioni dinamiche

Nadi’s Mudra: ruotare entrambe i polsi permettendo alle dita e ai gomiti di espandersi in tutte le direzioni,dall’interno verso l’esterno. Ripetere a piacere 3/5 rotazioni complete

Agni Vinyasa
Chakra:
Manipura

Inspirare / Espirare: Vajrasana. Inspirare: mani sul plesso solare, tenere  il busto eretto e inclinarlo in avanti. Espirare: il busto eretto e tornare al centro; ripetere internamente il mantra: Om Mani Padme Om

5 ripetizioni dinamiche

Inspirare: mani e ginocchia a terra. Espirare: (Jump Back) Chaturanga Dandasana. Inspirare: Bhujangasana. Espirare: Adho Mukha Svanasana. Inspirare: gamba destra avanti, Virabhadrasana  A, 5 respiri. Inspirare: transizione dinamica salire sulle punte dei piedi. Espirare: Parsvottanasana con le mani a preghiera sul plesso solare. Inspirare: flettere il ginocchio avanti con le braccia stese in Virabhadrasana A. Inspirare: salire sulle punte dei piedi con le braccia estese lungo il corpo. Espirare: Parsvottanasana con le mani a preghiera sul plesso solare.

5 cicli dinamici

Ripetere Surya Namaskara B fino ad Adho Mukha Svanasana

Inspirare: gamba sinistra avanti. Espirare: Virabhadrasana A

Ripetere tutto sul lato sinistro fino a Samasthiti.

Shakti Flows in Mezza Luna
Chakra:
Anahata

Utkatasana

Inspirare: gamba sinistra indietro,braccia parallele alla terra. Espirare: Virabhadrasana B, 5 respiri

Dancing Warrior

Affidarsi all’amore, non richiede il controllo

6 ripetizioni dinamiche

Inspirare: su le braccia, il busto scende verso la gamba destra. Espirare: flettere la gamba sinistra, portare il busto e le braccia verso sinistra. Inspirare:  lo sguardo è rivolto alla mano che sale (destra). Inspirare: inconditional Love & Action while surrending, staccare dal suolo il piede sinistro. Espirare: atterrare con le punte delle dita della mano destra davanti al piede destro in Harda Chandrasana  oppure fermarsi prima in Stick Pose (posizione di equilibrio intermedia laterale). Inspirare: portare le braccia verso il cielo e il piede sinistro verso il destro in Hastasana, 5 respiri.

Inspirare: Utkatasana, 5 respiri

Inspirare: gamba destra indietro in Virabhadrasana B e ripetere tutta la sequenza fino a Samasthiti.

Nada Krama
Chakra:
Visuddha

Prendere due mattoncini yoga e disporli vicini tra di loro sul tappetino.

Inspirare: salire con i talloni sui mattoncini in Samasthiti.

Espirare:  Malasana, mantenendo i talloni sui mattoni. Inspirare: gomiti all’interno delle ginocchia e mani a preghiera, invitare le spalle ad aprirsi attivando i gomiti, 5 respiri.

Inspirare: mani a terra, peso del corpo in avanti, sollevare i piedi, le ginocchia ai gomiti: Bakasana. Espirare: pronunciare il mantra Om tornando con i talloni sui mattoncini. Inspirare: entrare in Bakasana seguendo il suono dell’inspirazione Ujjayi.

8 cicli dinamici e  sonori

Malasana

Inspirare: mani a terra, sguardo avanti; Bakasana. Espirare: (Jump back) Chaturanga

Inspirare: Bujangasana. Espirare: Adho Muka Svanasana. Inspirare: (Jump Through) Ardha Uttanasana, agganciare gli alluci. Espirare: testa alle ginocchia in Pada Hastana, 5 respiri

Third eye drums
Chakra:
Ajna

Samasthiti: Inspirare in Utkatasana, ripetere internamente il mantra: Sho (dorso delle mani a contatto). Espirare: Uttanasana, esternare il mantra Ham battendo i palmi delle mani a terra, occhi aperti e rilassati, dristi Nasagrai (guardare la punta del naso)

16 ripetizioni dinamiche respirando molto lentamente, consapevolezza in Uddiyana Bandha e Mula Bandha, gli occhi aperti aiutano a mantenere equilibrio e pressione sanguigna regolare (fate attenzione a non chiuderli potreste perdere l’equilibrio o sentire vertigini).

Inspirare: Utkatasana; Nadi’s Stretch, poi intrecciare le dita fra di loro con i palmi rivolti al cielo, gomiti estesi, aprendo il petto e le spalle, 5 respiri.

Shakti & Shiva Dance
Chakra:
Sahasrara

Beyond the Flow

Siamo testimoni della fusione tra gli opposti, l’unione tra maschile e femminile, luce ed ombra, microcosmo e macrocosmo: ripetiamo interiormente e con gratitudine il mantra Om.

Inspirare: Tadasana, mani in preghiera, 5 respiri rilassando bene collo e mandibola.

Inspirare / Espirare: sollevare il piede sinistro e posizionarlo all’interno della coscia destra, mano destra sul fianco: Vrkasana Variation con lo sguardo all’orizzonte lontano verso destra o sinistra (Parsva dristi), 5 respiri.

Inspirare / Espirare: sollevare le braccia, mani in Crown Mudra. Inspirare: rilassare la testa leggermente all’indietro, Nasagrai dristi, mantenere la posizione dell’Albero se possibile fino a 23 respiri Ujjayi con la presa dei Banha per restare in equilibrio senza irrigidire spalle e collo.

Inspirare / Espirare: tornare al centro con la testa e con entrambe le mani sui fianchi, portare il piede sinistro a terra: Samasthiti

Ripetere tutto con il piede destro fino a Tadasana.

Relax

Distendersi in  Shavasana, almeno per 5 minuti ascoltare / sentire l’energia vitale fluire in ogni punto del proprio corpo; essere felici nel presente

Sedersi in Siddhasana per cantare il Mangala Mantra:

“Swasthi- Praja Bhyaha Pari Pala Yantam
Nya-Yena Margena Mahi –Mahishaha
Go- Brahmanebhyaha –Shubhamastu- Nityam
Lokaa- Samashta  Sukhino- Bhavanthu”

OM
Shantih  Shantih  Shantih
OM

Si consiglia di praticare con la musica di Arturo Benedetti Michelangeli al quale è dedicato questo articolo e questo flow: un esempio di arte pianistica libera di fluire al di là dello spazio e del tempo risvegliando con le sue onde sonore il Flow della Shakti in ognuno di noi!

Su YouTube è possibile trovare numerosi brani di Chopin, Debussy, Beethoveen, Ravel, Scarlatti, Shuman interpretati dal maestro Arturo Benedetti Michelangeli.

In particolare durante la pratica del Flow, si consigliano:

  • Chopin, Ballada n.1 in G minor opera 23
  • Chopin, Piano Sonata n.2 in B-flat minor opera 35
  • Debussy, Preludes, Danseuses de Delphes
  • Debussy, Preludes, La fille aux cheveux de lin
  • Debussy, Images, Reflets dans l’eau
  • Debussy, Images, Hommage à Rameau
  • Debussy, Images, Poissons d’or
  • Ravel, Adagio Concerto per pianoforte, diretto da Sergio Celibidache

Vi invitiamo a leggere anche l’articolo Il Flow della Shakti” nella versione  descrittiva ed esplicativa pubblicato sullo Yoga Magazine.

Janine Claudia Nizza.
Insegnante Vinyasa Yoga Flow dal 2002.
Expert Registered Yoga Teacher 500 Plus Yoga Alliance International.
Docente e autrice del TTC Vinyasa Yoga Flow 250 Online 2020/21 per la scuola di formazione HaraBenessere.
Docente del Corso Vinyasa Yoga Flow per FAO Staff Coop.

Autrice di numerosi articoli per: Vivere lo Yoga, Yoga Journal Italia, Yoga Magazine e Yoga Pills.
Info: www.yogaflow.it

Bhramari Pranayama, il respiro della gravidanza

Avevo sentito parlare molto della respirazione, durante la gravidanza.
«Vabbè, grazie – direte voi – lo sanno tutti».
Ebbene, sapere le cose nella teoria o conoscere il tuo respiro quando potresti farti 13 piani a piedi senza battere ciglio, non è di certo come avere 8 chili di pargolo nell’utero e un diaframma che si rimpicciolisce come fagioli essiccati al sole.
La consapevolezza cambia tutto. E quando sei incinta, anche se credi di essere una yogi di terzo o quarto pelo, con studi e insegnamenti alle spalle, il corpo subisce delle trasformazioni che puoi sperimentare solo in questa particolare condizione.

E così anche il respiro cambia e il pranayama acquisisce tutto un altro valore. Oltre a essere considerato come una papabile ancora di salvezza per il travaglio di cui, ammettiamolo, abbiamo tutte un po’ paura.
Il respiro ha cambiato la percezione di me e lo ha fatto già molto prima di rimanere incinta. Il respiro mi racconta. E’ come un flusso di parole che entra ed esce dal mio corpo e dalla mia anima, suggerendomi chi sono in quel momento e riportandomi all’essenziale. Sono arrivata ancora più in profondità attraverso lo studio della meditazione Zen di cui la disciplina che insegno – Odaka Yoga – è largamente intrisa. Ogni momento è quello giusto per essere presenti, nel qui e ora, se si è respiro. «Quando lavi il riso, lava il riso», recita un detto Zen. Che significa? Restare nell’azione che stiamo compiendo. Come? Respirando. Consapevoli dell’acqua che scorre sui chicchi, che scivola nel lavello e delle nostre mani che sfregano. Niente più di questo. Il respiro è la chiave che ci fa restare lì, nell’attimo. E possiamo respirare e meditare anche quando laviamo il riso.

Per questo che, in attesa del mio travaglio (di cui forse poi vi racconterò) sul respiro ho puntato proprio tutto. Non solo perchè lo considero un’ancora di salvezza per alleviare il dolore, ma uno strumento prezioso per godermi il momento.
Portare più ossigeno nel corpo, peraltro, serve anche al mio Lorenzo nel pancione.

Uno dei respiri più importanti, su cui faccio molto affidamento è il respiro del filo d’oro.  Il respiro del filo d’oro consiste nel respirare profondamente alla base della pancia, sentendola espandersi verso l’esterno, e nell’espirazione, dal più piccolo buco della bocca, espirare lentamente, visualizzando un filo d’oro che esce dalle labbra.

Un altro respiro utile è quello del cavallo. Questo respiro, in cui si espira facendo vibrare le labbra e suonando come un cavallo, aiuta a rilassare le labbra e la bocca. Dato che la mascella è direttamente collegata al bacino, è importante continuare a rilassare la mascella e la lingua, specialmente durante il travaglio. Un altro modo per farlo è sorridere. Anche se credo che durante il travaglio non mi sarà così agile.

La vera chiave di volta, tuttavia, è il Bhramari Pranayama. Le vibrazioni di questo respiro sono buone per l’ansia e recenti studi hanno dimostrato che può essere utile per prevenire e ridurre la preeclampsia, patologia  caratterizzata da un innalzamento eccessivo della pressione sanguigna (ipertensione) che può svilupparsi in gravidanza. Il pranayama è, infatti, noto per ripristinare l’equilibrio tra due componenti – simpatico e parasimpatico – del sistema nervoso autonomo. Dato che l’eccesso di attività simpatica è considerato come uno dei fattori determinanti la preeclampsia, il Bhramari Pranayama, è stato segnalato per stimolare il sistema nervoso parasimpatico, questo studio ha dimostrato come l’iper-reattività delle donne gravide – dopo due mesi di Bhramari Pranayama – sia stata convertita in ipo-reattività. Altri parametri come la pressione sanguigna basale, l’aumento della pressione sanguigna e la frequenza del polso sono stati ridotti significativamente.

Un altro studio condotto nel ’93 dal Monghyr Hospital, India, in collaborazione con la Bihar School of Yoga, ha evidenziato nelle donne gravide che hanno praticato il Bhramari Pranayama:

  • un minor numero di aborti spontanei (2% rispetto all’8%).
  • un minor numero di nascite premature (2,6% rispetto al 5%).
  • in media un travaglio più breve del 25% circa.
  • generalmente poco dolore durante il travaglio.

Per fare questo respiro inspirare attraverso il naso, chiudere le orecchie con le dita ed espirare facendo un rumore mmmmmmm: è importante che i gomiti siano tenuti verso l’esterno in modo che il petto sia aperto. Poi l’espirazione avviene attraverso il naso, mentre la bocca è chiusa (ma la mascella è tenuta così rilassata che i denti non si toccano). Durante l’espirazione si produce un ronzio dolce, profondo e relativamente forte, come quello di un calabrone. Diventate un tutt’uno con queste vibrazioni e lasciate che riempiano la vostra testa. Ripetete per 9 volte.

Non respirate soltanto, ma usate anche i Bandha, gli unici due che si possono utilizzare durante la gravidanza. Il blocco del mento (Jalandhara Bandha) e il blocco delle radici (Mula Bandha) sono anche usati  per rafforzare la pratica. Essi stimolano i flussi di energia più sottili (nadi) e influenzano, simultaneamente, la pressione sanguigna, il battito cardiaco e l’apporto di sangue in certe parti del cervello, oltre a mantenere uno stato di rilassamento nel cervello. Allo stesso modo, l’ipotalamo e la ghiandola pituitaria sono stimolati. Si trovano al centro del cervello e sono responsabili del controllo del sistema nervoso autonomo e del sistema ormonale nel corpo umano. E chi ha sperimentato la gravidanza, sa di certo quanto gli ormoni siano determinati per tutti i nove mesi di gestazione.

Amo alla follia questo respiro. Il nome deriva dalla parola per il calabrone nero indiano, Bhramari, ma l’aggettivo bhramarin può anche significare “dolce come il miele” in sanscrito o “ciò che produce estasi”. L’estasi è come la meditazione: uno stato di equilibrio tra trascendenza e presenza. Uno stato in cui le onde alfa si manifestano. Si tratta di un’attività elettrica in una banda che va da 7,7 a 12,5 Hz. Durante una meditazione profonda, la frequenza può scendere ulteriormente. Tuttavia, gli studi dimostrano che in certe situazioni i praticanti esperti possono generare un’attività con una rara ampiezza nella gamma che si estende da 32 a 100Hz.
Nel 2009, la rivista Consciousness and Cognition ha pubblicato un altro studio sul bhramari pranayama. In questo studio ha esaminato l’attività del cervello durante il ronzio. I risultati hanno mostrato che durante questa fase dell’esercizio, anche per i principianti, c’era una presenza di onde gamma.

Tutto ciò è fantastico. Credo che Bhramari Pranayama possa avere davvero effetti benefici sulla mia gravidanza e, mi auguro, anche sul travaglio che mi appresterò a vivere tra poco tempo. Ma tutte le tecniche di respirazione sono importanti e utili.

Il respiro Ujayyi è il respiro che pratico quotidianamente. A volte non me ne accorgo nemmeno perchè mi ritrovo a praticarlo in molteplici occasioni della mia vita quotidiana, non solo quando faccio yoga. Il respiro Ujjayi è il respiro della vittoria. In questo tipo di Pranayama, i polmoni sono completamente espansi e il petto è gonfiato come quello di un conquistatore vittorioso.
Il suono del pranayama Ujjayi serve a due scopi: uno, stimola le nadi, o canali energetici, nei seni e nella parte posteriore della gola, che, a sua volta, promuove la chiarezza mentale e la concentrazione. E due, fornisce un suono a cui aggrapparsi, in modo che la mente possa diventare più calma. Quando il suono oscilla, anche la mente oscilla. Il respiro Ujjay è anche chiamato il respiro dell’oceano. Per praticarlo, si contrae la gola mentre si inspira e si espira in modo da poter sentire un leggero sibilo. Sia l’inspirazione che l’espirazione devono essere fatte con la bocca chiusa, respirando solo attraverso le narici. Il respiro Ujjayi regola il riscaldamento del corpo. L’attrito dell’aria che passa attraverso i polmoni e la gola genera calore interno al corpo. È simile a un massaggio per gli organi interni; quando il nucleo si riscalda dall’interno, il corpo si prepara per la pratica delle asana. Questo calore rende lo stretching più sicuro mentre gli organi interni possono essere puliti dalle tossine che si sono accumulate.

Insomma, il respiro fa la differenza, che siate gravide o abbiate semplicemente bisogno di sentirvi di più nel qui e ora. Lo so, è un concetto di cui spesso abusiamo e il respiro qualcosa che diamo per scontato. Se facciamo yoga, se pratichiamo gli asana, spesso siamo convinti di saper respirare, ma lo osserviamo davvero quel respiro? E quel respiro, ci racconta di noi? Ci guida, ci fa comprendere chi siamo? Credo che questo sia fondamentale.

E come raccontano i maestri Zen, non è necessario che vi ritagliate un altarino dove meditare: ogni momento è un buon momento per sentirsi presenti. Basta restare nel respiro.

Valentina Ferrero. Ho iniziato a fare yoga quasi per caso, quando ero ancora una giornalista, un po’ come accade spesso a chi poi decide di fare dello yoga la sua vita. Perchè? Banalmente perchè mi ero stufata della routine frenetica che mi teneva legata al pc a scrivere, tutto il giorno, tutti i santi giorni. E che mi aveva fatto perde l’amore mio più grande, quello per la poesia e per la comunicazione attraverso i racconti. E insieme – a causa della routine – avevo perso anche un bel po’ di altre cose: emozioni, sensazioni, voglia di mangiare cibo buono, voglia di abbracciare, di baciare.

Qualcuno la chiama felicità e, in effetti, non ha tutti i torti.Lo yoga mi ha reso felice. E’ andata a stimolare tutti quegli ingredienti (sensazioni, emozioni) e li ha rimessi a posto. Al loro posto. Quello che avevano prima. Così ho lasciato perdere un po’ di cose – nel frattempo ho anche perso il lavoro di giornalista – e ho dato una sterzata alla mia vita.Volevo essere più consapevole: unirmi al tutto. Essere un Uno e tornare a emozionarmi. Che è poi l’essenza vera e più intima dello yoga.

E così… eccomi qui. Oggi pratico yoga, faccio corsi, scrivo di yoga, parlo di yoga, rompo le scatole al mio compagno tutto il giorno sullo yoga (e lui non mi ha ancora mandato a stendere – ed è una grande cosa). Attualmente insegno in una piccola cittadina ai piedi delle montagne piemontesi, Pinerolo.

Odaka Yoga è il percorso che ho scelto, anche se è più appropriato dire che è stato lui a scegliere me, in qualche modo. E’ una delle discipline e dei metodi più innovativi dello yoga, nato da oltre trent’anni di ricerca e sperimentazione da parte di due italiani, Roberto Miletti e Francesca Cassia. Odaka Yoga parte dall’acqua, da quell’elemento che è fondamentale per la nostra vita e del quale siamo principalmente costituiti. Un elemento che non ha forma, ma che può assumere tutte le forme, fluendo libero.

Hatha Yoga e Meditazione, la Mindfulness di Kabat Zinn

Jon Kabat-Zinn (1944) si avvicina alla meditazione frequentando un corso tenuto da Philip Kapleau, un missionario Zen. In seguito continua a coltivare il suo interesse per queste tematiche seguendo le lezioni dei maestri Zen Thich Nhat Hanh e Seung Sahn e studiando all’Insight Meditation Society, dove successivamente ricopre il ruolo di insegnante.

Sempre a metà degli anni ’60 inizia a praticare yoga che, unitamente agli insegnamenti buddisti e alla sua formazione accademica, lo porta nel 1979 a fondare la Stress Reduction Clinic all’Università della Massachusetts Medical School e a sviluppare il programma chiamato Stress Reduction and Relaxation Program (Programma per la Riduzione dello Stress e per il Rilassamento), basato su un adattamento terapeutico dei concetti del buddismo Zen.

In seguito il corso, di otto settimane, prende il nome di MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction / Riduzione dello Stress attraverso l’Attenta Consapevolezza) dove l’elaborazione dei principi buddisti viene proposta con un approccio più scientifico.

Successivamente Kabat-Zinn fonda anche il Center per la Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society sempre presso l’Università della Massachusetts Medical School.

Il suo metodo, che associa la meditazione all’Hatha yoga, si diffonde velocemente in tutto il mondo.

Lo scopo della metodologia elaborata da Kabat-Zinn è quello di aiutare i pazienti a far fronte a stress, sofferenza e malattia, per mezzo della “consapevolezza del momento attuale”, concetto che si basa sull’attenzione verso se stessi e la propria condizione del momento presente, per viverlo pienamente ed incondizionatamente per ciò che esso è realmente.

Kabat-Zinn sottolinea come questo risveglio della consapevolezza e dell’attenzione verso la realtà delle cose, è molto importante non solo per lenire la sofferenza degli individui, ma per prendere coscienza del reale stato di emergenza ambientale in cui versa il pianeta e che necessita della collaborazione di ogni governo e di ogni individuo affinché si possa realizzare un presente che possa garantire un futuro vivibile alla specie umana.

Dai primi anni ’80, l’equipe di Kabat-Zinn, inizia a sviluppare i primi lavori di ricerca, inizialmente sulle applicazioni del protocollo a pazienti affetti da dolore cronico, ampliando poi l’indagine anche alla psicosomatica e alla psicologia. Nel 1990 Kabat-Zinn pubblica il suo primo libro sul protocollo MBSR divenuto famoso: “Vivere momento per momento”. Nel 1993 il suo lavoro alla Stress Reduction Clinic diventa oggetto di uno special televisivo della PBS presentato da Bill Moyers dal titolo “Healing and the Mind”, che suscita grande interesse dando a Kabat-Zinn una fama nazionale.

Dalla fine degli anni ’90 negli USA sorgono numerose cliniche specializzate nel programma MBSR ed esso viene utilizzato come parte integrante dei piani di lavoro di medicina olistica in diversi ospedali. Le ricerche condotte da Jon Kabat-Zinn coinvolgono diversi campi di studio come psicologia, medicina, neuroscienze, scienze sociali e dell’educazione e si riferiscono principalmente a interazione mente-corpo nell’autoguarigione, applicazioni cliniche di meditazione e mindfulness, effetti della MBSR sulla gestione dell’ansia, funzioni cerebrali ed immunologiche, psoriasi, pazienti con trapianti di midollo osseo, stress in diversi ambienti di lavoro e di studio e nelle carceri.

Gli studi scientifici rigorosi condotti sui protocolli di mindfulness, compreso l’MBSR, hanno contribuito al nascere di quelle che oggi si chiamano neuroscienze contemplative.

La meditazione mindfulness ci permette di vivere esperienze di integrità nel senso di tornare “interi”, di rientrare nel nostro corpo, come se tornassimo a casa.

Coltivare la presenza nel corpo è ciò che ci consente di prendercene cura, che siamo malati oppure sani.

Questo è particolarmente valido per le persone che vivono problemi fisici. Quando si prova dolore, si tende a non utilizzare la parte del corpo sofferente. Nel breve periodo questa rappresenta una strategia sensata, in quanto consente riposo e recupero. Tuttavia, nel lungo periodo questo meccanismo di protezione finisce con il trasformarsi in un vero e proprio stile di vita: spesso, infatti, tendiamo ad identificarci con l’immagine limitante del nostro corpo sofferente, vecchio o malato, senza verificare se davvero i limiti che ci siamo imposti siano reali e validi. Così facendo si rinuncia a priori a opportunità che in realtà possono aumentare il nostro benessere.

Questa visione può condurci all’inattività, all’inerzia e a trascurare il nostro corpo. Assumiamo un atteggiamento da malati, attorno al quale facciamo girare tutta la nostra vita e che condiziona tutte le attività quotidiane. Senza un minimo di movimento come quello di chinarsi, piegarsi, ruotare, il corpo si atrofizza e perde la maggior parte delle sue capacità e della massa muscolare, anche in un soggetto del tutto sano.

In tutto ciò rientra ed ha una grande importanza la pratica dello yoga all’interno della quale la mindfulness diviene meditazione in movimento capace di rappresentare un’opportunità per tornare gradualmente ad usare il proprio corpo, trascurato nel tempo, per un motivo o per l’altro.

Massimo Mannarelli nasce a Milano nel 1969. Dopo la laurea in filosofia con una tesi sui “Rom Hrvati a Milano fra tradizione e innovazione” diviene ideatore e direttore del programma radiofonico “Balkan Express, musica e cultura dai Balcani e zone limitrofe” nonchè autore e curatore di testi per programmi sportivi presso Freedomland di Milano e collaboratore con Radio 24.
Ha diploma di Fitness Trainer (Scuola di Professione Fitness-UISP-CONI) e un’esperienza di quasi 15 anni nel settore sportivo.
Interessato da sempre alla spiritualità, si avvicina allo Yoga seguendo, verso la fine degli anni ’80, le lezioni di Carlo Patrian e negli ultimi anni si sta dedicando allo studio e pratica della meditazione e allo studio di Islam, sufismo attraverso i suoi viaggi in Iran, India e paesi islamici.
​Ha approfondito diversi tipi di meditazione tra cui la Muraqaba (forma di meditazione sufi che è autorizzato a praticare, ma non a diffondere). E’ studente della Self-Realization Fellowship fondata da Paramahansa Yogananda e dal 2020 operatore certificato Mindfulness (Holistica Ceprao-The International Practitioners of Holistic Medicine).

E’ fondatore e autore del “Savitri Magazine“, blog di tematiche legate a spiritualità, yoga, scienze esoteriche e curiosità nonché collaboratore della testata online Yoga Magazine.
Ha collaborato alle riviste “Them Romano” di Santino Spinelli, “Una città” di Forlì e “Spirito Libero” (rivista vicina al movimento Iskon).
Tiene seminari di argomenti vari legati allo Yoga tra cui Il Sistema dei Chakra, Yoga e stagioni, i 5 tibetani, lo Yoga del Guerriero Interiore, Yoga e Sufismo, Yoga e Islam e altri sempre connessi alla spiritualità come Musica e danze tradizione Sufi Qalandar
E’ co-autore con Marco Villa del libro “Straccio i sogni e me ne frego” e dell’album musicale “La fine del mondo”. Ha scritto anche “La minoranza senza luogo: i Rom nei Balcani” all’interno di “Geopolitiche dei Balcani. Luoghi, narrazioni, percorsi”. A cura di Elena Dell’Agnese, Enrico Squarcina.

Grazie agli studi ed esperienze maturate, oggi propone percorsi di meditazione individuali (online e dal vivo) e di gruppo. Le sue conoscenze del settore dello sport e del fitness gli hanno inoltre permesso di studiare un percorso apposta per atleti sia agonistici che amatoriali aiutandoli nella gestione dello stress della performance e della gestione della sconfitta.

Per ulteriori info e contatti:
Sito Web: La via del meditante
Blog: Savitri Magazine

Liberiamoci dalle paure con il Kundalini Yoga

Yogi Bhajan, Maestro di Kundalini Yoga e Gatka, antica arte marziale Indiana, tra il 1992 e il 1993 insegnò un ciclo di classi per liberarsi e superare 22 tipi di paure: la paura del passato, del presente, del futuro, di morire, dei propri sentimenti, di amare, di soffrire, di definirsi, di affrontare la propria mente, del cambiamento…

La paura è il contrario dell’amore. Mentre l’amore tende ad espanderci, la paura ci contrae. L’amore dona, la paura ci rende egoisti e poco propensi a “vedere” l’altro. L’amore è una benedizione, la paura una maledizione. L’amore rafforza il sistema immunitario, dà gioia, a noi stessi e a chi ci circonda, è Divino. La paura invece ci blocca negli schemi superati e disfunzionali, ci deprime, ci fa credere che non esista una via d’uscita e che nel tunnel moriremo. L’amore ci fa fluire nel cosmo, ci fa accettare ciò che ci succede, ci rende compassionevoli e ci dà il coraggio di vivere. La paura blocca il respiro, l’energia vitale non fluisce liberamente, i chakra – le ruote sacre e sottili – si bloccano. L’amore è un respiro profondo, beato, illumina la vita e le dà un senso. La paura è il demone del primo chakra. La paura di non avere il diritto di esistere e il necessario per sopravvivere. L’amore non ha confini, ci libera, è al di là dello spazio e del tempo, ci regala spazi sconfinati dove poter incontrare l’altro realmente.
In definitiva la paura ci fa ammalare, l’amore ci guarisce.

La paura è in agguato, come un animale feroce e crudele ci gira intorno, per poi afferrarci quanto meno ce lo aspettiamo, quando siamo più vulnerabili. La paura ci rende insicuri, nevrotici. La paura è un ostacolo per la nostra crescita ed è un prodotto della mente. L’amore è un prodotto del cuore e quando la mente si assoggetta al cuore siamo vincenti.

Yogi Bhajan dice: “la paura è uno stato in cui la mente vive le scene di una realtà virtuale immaginaria. È la preoccupazione di qualcosa che può succedere, ma che non è sicuro che avverrà”.

Perciò le paure vanno affrontate, altrimenti guideranno la nostra vita, avvelenandoci e trasformandoci in schiavi. Moriremo in vita.

Yogi Bhajan affronta il tema delle paure trasformando il campo magnetico, liberando il subconscio, pulendo la mente, attivando la mente neutra e rafforzando il sé. Facciamo così esperienza del nostro potere curativo.

Se il subconscio è troppo carico, rischiamo di fare delle scelte sbagliate e di procurarci tanto dolore.

Yogi Bhajan dice che se non diventiamo totalmente e assolutamente indipendenti, per nostra scelta, non possiamo scegliere nella vita, perché non conosciamo la nostra vera natura, gli elementi, i chakra, le loro combinazioni, non abbiamo coscienza, intuizione.

In questo periodo, in cui la paura la fa da padrona, dobbiamo mantenere la mente neutra, praticare, meditare, rafforzare i nostri sistemi, circondarci di bellezza, alzare la vibrazione, amare, connetterci al nostro sé più profondo e ricordarci di essere Divini.

Rosa Arena (Adarsh Kaur).
Il mio nome spirituale è Adarsh Kaur, Sono un’insegnante di Kundalini Yoga per adulti, bambini e donne in gravidanza, formatrice, psicologa, psicoterapeuta ad indirizzo sistemico-relazionale, terapeuta familiare.

Queste due discipline per me hanno in comune l’amore e il rispetto profondo per le persone, la cura, la dedizione all’altro e la possibilità di lenire il dolore, di espandere la consapevolezza e mitigare le sofferenze dell’altro, in una relazione di aiuto trasformatrice e un’esperienza correttiva.

Fin dalla più tenera età il mio interesse era ed è tuttora rivolto al ben-essere della persona in tutte le sue sfaccettature, all’armonia delle componenti dell’individuo, corpo, mente ed anima e al raggiungimento di una maggiore consapevolezza di sé, dell’altro e di ciò che ci circonda.

A 23 anni, per tre anni ho praticato Hatha Yoga. A 26 anni ho conosciuto il Kundalini Yoga. Ho praticato per anni con vari insegnanti e scuole di Napoli. Ho conosciuto il Maestro Yogi Bhajan durante un seminario di tre giorni a Roma, alla fine degli anni 80, dove, oltre al Kundalini Yoga, si parlava anche di counseling. In quegli anni frequentavo di tanto in tanto il centro di Roma “Il Mandala”. Ho partecipato per quattro anni di seguito allo yoga festival di Kundalini in Francia, sette giorni, durante i quali oltre alla pratica e ai vari seminari tenuti da insegnanti di tutto il mondo, ho praticato anche il Tantra Yoga Bianco e il Gatka con il maestro Guru Shabad S.Khalsa De Santis.

Ho integrato i miei studi di psicologia con esperienze e tecniche di psicoterapia sistemico-relazionale, di psicoterapia della gestalt, di bioenergetica, di danze popolari del sud Italia e del mediterraneo orientale, di Hatha yoga, di Kundalini Yoga, di Gatka e dell’umanologia secondo gli insegnamenti di Yogi Bhajan, Maestro di Kundalini Yoga e Gatka, antica arte marziale indiana.

Ho partecipato a numerosi seminari teorico-esperenziali di danze del mediterraneo orientale, di Gatka, di numerologia tantrica, di psicoterapia, di yoga, soprattutto Kundalini Yoga, sulla comunicazione, sulle strategie relazionali, sugli stili e cicli di vita, sulle tecniche di respirazione, sulla gestione dello stress, sulla mente e tecniche di meditazione, sui disturbi del comportamento infantile, sulle nevrosi e psicosi dell’adulto e del bambino, sui disturbi alimentari e sulle dipendenze.

Nella mia pratica professionale (di circa venticinque anni), di psicoterapia individuale, di coppia, familiare, con adolescenti, bambini e gruppi, utilizzo spesso con i miei pazienti in terapia, tecniche ed insegnamenti del Kundalini Yoga, così come insegnato da Yogi Bhajan. Pratico Yoga Kundalini da circa trent’anni e lo insegno da circa venticinque anni.

Mi occupo anche di Yoga e psicoterapia per le donne (spazio terapeutico al femminile) e pratico il massaggio sonoro vibrazionale con il gong per armonizzare e rilassare corpo e mente.

Dialogare con gli alberi è possibile

La cosa più importante per la nostra terra è salvaguardare gli alberi, e non continuare a disintegrare il pianeta attraverso una deforestazione spregiudicata ed ingorda, e soprattutto, ricordare che anche loro hanno un’anima. Si parla di anima verde e dell’immensa e smisurata energia positiva che emanano. Un’energia in grado di penetrare ogni poro della nostra pelle, ogni minuscola cellula della nostra esistenza; ad esempio, conglobare l’aura che sprigionano gli alberi è uno dei tentativi più prodigiosi che l’uomo possa compiere. Il contatto, può avvenire in un bosco, in montagna oppure, nella propria campagna, dove ci sono diversi tipi di alberi. Proprio per questo, toccare con le proprie mani il tronco di un albero (meglio se vetusto), porta al proprio corpo un enorme beneficio; si crea quasi una sorta di rilascio delle endorfine, prodotte dal cervello nel lobo anteriore dell’ipofisi, classificabili come neurotrasmettitori. Possiamo anche toccarli con la fronte, con la schiena e lasciarci andare, ascoltando i molteplici suoni che la natura è in grado di produrre.

Una sorta di vigoria positiva che è emessa dall’albero stesso nel momento in cui lo esploriamo con i nostri occhi, attraverso una fase iniziale di corteggiamento; o possiamo, attraverso il palmo delle mani sentirne il battito cardiaco; sentirne il respiro, la formula esatta del suo processo di “fotosintesi clorofilliana”. Ad esempio, curiosando per scarpate e dirupi possiamo notare degli alberi di mandorlo secolari incastonati nella fessura della roccia; questo, dimostra che ogni albero possiede il suo DNA, la propria spiritualità e il proprio istinto di sopravvivenza. In sostanza, l’albero (dal latino arbor), è ‘frutto’ del passato; questa pianta legnosa perenne, infatti, attecchisce le proprie radici nel suolo, che è là, in quel “luogo” da moltissimi anni. Tutto questo, produce uno scambio destinato a mescolarsi attraverso la concezione filosofica del tempo: una dimensione, un flusso dove quantità e qualità si scambiano energie affidabili e strepitose. Poi, quando l’albero inizia a ramificare a qualche metro dal suolo, avverranno i primi, veri e profondi contatti con l’aria, con il cielo, l’acqua e la luce, attraverso un processo che attinge dalla più profonda naturalezza della vita, il proprio sviluppo interiore.

Per esperienza personale, posso testimoniare che ogni albero è in grado di sintonizzarsi con la nostra anima: lo scambio delle frequenze, avvengono nel momento in cui noi riusciamo a distaccarci dal presente, per entrare successivamente in una fase di totale rilasciamento: una sorta di limbo catarchico con la Natura. Tutto ha inizio, nel momento in cui il nostro “io” interiore, riesce con estrema naturalezza a comprendere l’albero come ad una forma vera e propria di vita cosmica: gli alberi hanno da sempre ammaliato l’uomo per la loro pluricentenaria longevità che nel tempo connette eterogenee e successive generazioni umane, per la forza espressa dai loro tronchi energici e possenti, e per la solenne dimensione delle loro chiome tanto che, soprattutto nelle antiche civiltà, esso ha loro conferito connotazioni di sacralità e in loro ha immaginato la dimora di esseri viventi. L’incarnazione dell’Albero Cosmico è assai presente anche nel nostro momento storico. Carl Gustav Jung scoprì che l’immagine dell’albero affiorava con costanza a una quantità cospicua di suoi pazienti, nei momenti di malassere, come immagine d’appoggio del processo di integrazione e crescrita.

Dialogare con gli alberi è possibile, soprattutto attraverso la nostra sensibilità: percepirne le emozioni, i piaceri, i dolori. Gli organi di senso, ci permettono di interagire con il mondo circostante e di conseguenza, poter immagazzinare i vari stati d’animo che aleggiano intorno alla nostra anima in un determinato momento; un albero, parla attraverso il colore della sua chioma, tramite l’odore del suo fusto e il sapore dei suoi frutti. Ogni albero, possiede il proprio percorso, la propria storia, le proprie necessità ed abitudini. Rispettiamo gli alberi. Ascoltiamoli. Dialoghiamo con loro.

NdR: normalmente su Yoga Pills non pubblichiamo articoli che non siano strettamente legati a Yoga, Meditazione o Salute. Il tema degli alberi però mi sta particolarmente a cuore (sono un grande amante degli alberi) e quindi ho deciso di ripubblicare questo articolo di Fabio Strinati, con il benestare dell’autore.

Fabio Strinati. Nato a San Severino Marche nel 1983, vive ad Esanatoglia, un paese dell’entroterra marchigiano della provincia di Macerata. Ha esordito con la raccolta poetica “Pensieri nello scrigno”. “Nelle spighe di grano è il ritmo” (2014), pubblicata presso le Edizioni Il Foglio di Gordiano Lupi. Alcune poesie della raccolta, sono state tradotte in lingua croata dalla poetessa e saggista Ljerka Car Matutinovic nella rivista croata Kolo.

Sue poesie, inoltre, sono state tradotte in lingua catalana dal poeta Carles Duarte i Montserrat e in lingua romena da Daniel Dragomirescu, sfociate poi, in un libro uscito per Bibliotheca Universalis dal titolo “Periodo di transizione” (2017). Presente in diverse riviste ed antologie letterarie, ha scritto numerose poesie incentrate sulle minoranze etniche per la versione on-line di Etnie, rivista dedicata ai popoli minoritari.

Dal 2010, Strinati inizia ad avvicinarsi allo Yoga, leggendo numerosi libri ed iniziando a praticare nella sua campagna diverse pratiche ascetiche e meditative. Nel 2014, inizia a comporre musica per lo Yoga, attraverso lo studio del Nada Yoga (Yoga del suono): uno studio profondo del suono primordiale, il suono nella sua essenza.

Yoga e Resilienza

Piegarsi senza spezzarsi: questa potrebbe essere la giusta definizione di resilienza…
Essa rappresenta il modo di affrontare le difficoltà, vivere momenti difficili senza lasciarsi sopraffare… senza cadere nella depressione né nella disperazione.
Resilienza e speranza vanno a braccetto.
In psicologia la resilienza è la capacità dell’essere umano di sopportare le avversità, di non arrendersi di fronte alle “intemperie”, ma piuttosto di combatterle fino al loro superamento totale. E’ la facoltà di non demordere.
Anche la pazienza accompagna la resilienza e sicuramente in parte l’accettazione.

La resilienza prevede un cambio di punto di vista, come nello Yoga le asana che prevedono inversioni, perché a volte per superare le avversità bisogna imparare a vedere le cose in maniera diversa abbandonando i soliti schemi di pensiero. Le difficoltà spesso portano all’impossibilità di vivere la vita come si era sempre fatto, bisogna rompere le abitudini in essere per sostituirle con nuove e magari migliori sotto vari punto di vista (oggi più che mai siamo chiamati a cambiare le nostre abitudini, in questi tempi di covid19).

Il concetto di resilienza può essere avvicinato all’immagine della canna di bambù.

In Cina (sperando non sia un tabù nominarla) gli agricoltori coltivano questa pianta dalla crescita decisamente insolita. E’ una pena per loro seguire il suo progresso perché più che lento, sembra praticamente nullo. Il primo anno di vita l’arbusto cresce pochissimo. Il secondo anno va pure peggio. L’albero non cresce e neanche il terzo ed il quarto anno. Ma se uno decide di non lasciarsi abbattere e di continuare a sperare portando pazienza allora viene a scoprire che il quinto anno finalmente le canne crescono superando 10 metri di altezza in circa 6 settimane.

Durante quegli anni in cui la pianta sembra ferma, sviluppa solide radici nel sottosuolo che le permetteranno successivamente di crescere in altezza senza il rischio di crollare. Anche nello Yoga il lavoro sulle radici è fondamentale… ci permettono di radicarci, di affermare noi stessi, capire il nostro potenziale andando a lavorare a livello energetico sui primi tre chakra, quelli più connessi alla terra. Da lì il viaggio è verso l’alto, il cielo, i sentimenti più puri, la conoscenza e l’introspezione. Ma tutto parte dalla terra, dai piedi, dalle nostre radici .. senza radici forte non possiamo spiccare il volo.

Ma il bambù viene associato alla resilienza anche per la sua estrema flessibilità che gli permette di piegarsi, ma soprattutto di resistere e non spezzarsi.

E come non pensare allo Yoga quando si parla di flessibilità. Abbiamo spesso davanti a noi le immagini di corpi flessuosi in grado di assumere posizioni che vanno quasi oltre l’umano. Ma siamo sicuri che quello sia effettivamente Yoga? Una mia insegnante di Yoga (a cui devo il fatto di avere reso lo Yoga centrale nella mia vita) mi diceva che spesso in corpi estremamente flessibili possono nascondersi menti molto rigide. A volte viviamo la pratica dello Yoga come una ricerca del perfezionismo dell’esecuzione irrigidendoci dentro schemi mentali molto definiti e poco travalicabili. Lo Yoga è invece flessibilità nel senso di capacità di accettare i nostri limiti, provare a superarli, ma sempre nell’estremo rispetto di noi stessi. Capita spesso che un asana non “venga” e magari ci obblighiamo in tutti i modi ad assumerla anche se ci arrechiamo dolore solo per essere “perfetti” per dimostrare a noi e agli altri chi siamo. E’ proprio in questi momenti che dobbiamo imparare a lasciare andare, fermarci all’asana preparatoria, essere umili, accettare ed amare quel corpo che in quel momento non riesce in quello che la mente vorrebbe. E’ proprio in quel momento che siamo davvero flessibili e che stiamo praticando davvero yoga.

Quello che ci deve accompagnare nella nostra pratica è proprio una sana e realistica capacità di intendere e volere basata su un costante e paziente lavoro su se stessi alla ricerca non del perfezionismo o della perfezione, ma di una serena accettazione rivolta al miglioramento continuo.

La resilienza è proprio questa accettazione rivolta al miglioramento. E’ un profondo lavoro su se stessi.

Lascio ora spazio alle parole di un lama buddista, Lama Gangchen, che mi paiono ben sintetizzare la resilienza: “Non cercare di cambiare la tua vita, cambia il tuo atteggiamento verso la vita. Nella tua mente c’è abbastanza spazio per trovare nuove soluzioni. La felicità è dentro di noi. Se guardiamo nella direzione sbagliata non possiamo vederla”.

Questo Articolo è tratto dal blog Savitri Magazine di Massimo Mannarelli e Sibilla Vecchiarino, che si ringraziano per il prezioso contributo.

Sibilla Vecchiarino. Praticante di Yoga da circa 20 anni e insegnante (certificata CONI) dal 2014. Ha studiato e conseguito il proprio diploma di insegnante presso Sathya Yoga di Monza, scuola di Amrita Ceravolo. Ha altresì diploma di insegnante dei 7 Riti Tibetani conseguito con la Maestra Silvia Salvarani.

Ha tenuto corsi in vari centri del milanese e oggi insegna a Milano presso La Voce del Corpo. Tiene seminari con il marito Massimo Mannarelli con cui ha approfondito e studiato il collegamento tra Yoga e preghiera islamica e Sufismo.

Collabora fin dalla sua nascita con la testata dedicata allo Yoga “Yoga Magazine“. Insieme al marito scrive sul blog Savitri Magazine, diario del percorso di conoscenza e del cammino spirituale dei suoi fondatori. Ha viaggiato in Iran e India dove ha conosciuto luoghi sacri di diverse tradizioni e ne ha approfondito lo studio.

Coronavirus e relatività: come fluire con gli eventi inaspettati

Vi siete mai chiesti perchè il fiore di Tarassaco è giallo? Dietro casa mia ce ne sono a palate, del resto questo è il loro periodo. Sbocciano nei prati di campagna come i funghi durante il periodo autunnale. Mia nonna andava pazza per il Tarassaco, non tanto per il fiore, quanto piuttosto per la pianta. Avete mai mangiato le foglie di Tarassaco? Qua in Pianura, una volta, raccogliere il Tarassaco per fare l’insalata era una tradizione, segnava l’inizio della primavera. Ora no, non più. C’è troppo inquinamento per poter pensare di mangiarlo, troppi fertilizzanti.

Quelli dietro casa sono belli da guardare: mi siedo tra l’erbetta appena tagliata e li osservo. Dureranno il tempo di qualche giorno, per poi trasformarsi in soffione e svanire nel vento come piccoli paracaduti, trasportatori di vita.
Il fiore di Tarassaco giallo e il soffione sono la stessa cosa o sono due cose diverse e distinte? E il prossimo anno, da quella pianta di Tarassaco nascerà un nuovo e diverso fiore giallo e un nuovo e diverso soffione o saranno gli stessi di quest’anno? No, in realtà non vi sto chiedendo se è nato prima l’uovo o la gallina. E neppure di dare una risposta ‘matematica’, convenzionale, linguistica a questi quesiti. Non vi chiedo neppure di pensarci. E’ l’intuito, la prima impressione, quella che conta.

Nel ciclo naturale della Vita è necessaria la Morte. Il Tarassaco si – in qualche modo – ‘snatura’, trasformandosi e in qualche modo perdendo la sua forma di fiore giallo per mutare in soffione. E quando il soffione ‘muore’, cioè si sgretola in mille paracaduti (perdendo la sua forma originaria, ma soprattutto quella che noi abbiamo attribuito essere la sua forma originaria), lo fa per la Vita, per generare nuova Vita.
Così, di primo acchito, mi verrebbe da dire che fiore di Tarassaco coi petali gialli, soffione e paracaduti portatrici di vita sono la stessa cosa.
Non c’è dualità, distinzione: l’Essenza Divina è il flusso della trasformazione stessa.

Secondo lo Zen non vi è differenza tra Vita e Morte, Luce e Buio, Forma e Spazio. L’uno è la versione dell’altro, come una moneta non potrebbe esistere senza avere due facce. Nulla, per la verità, potrebbe esistere, essere senza il suo opposto.

Dalla storia del tarassaco si evincono diverse cose:

  • fiore giallo non potrebbe esistere senza il soffione e viceversa;
  • fiore giallo e soffione sono, in realtà, due classificazioni che abbiamo, per così dire, inventato noi, con il nostro linguaggio per descrivere un fenomeno che ai nostri occhi appare diverso per forma (ma siamo sicuri che lo sia anche per sostanza?)
  • il flusso inarrestabile della trasformazione che NON possiamo fermare con il nostro Ego;

Nel momento in cui scrivo, seduta sul divano di casa, mio zio sta guardando il telegiornale. In onda, come al solito, qualche servizio in cui si parla del Coronavirus. «Progresso uguale Regresso». E’ una frase che ha sempre detto, ma ultimamente gliela sento dire più spesso. Lui proprio ce l’ha a morte con tutti i nostri cellulari, i social, gli schermi. Del resto, il Regresso è l’altra faccia del Progresso.

Sembra un’affermazione ovvia e banale, ma in verità ci hanno insegnato a classificare e separare le cose, qualsiasi cosa, perciò con la nostra mente razionale in realtà noi non pensiamo che il Regresso sia l’altra faccia del Progresso. Nella lotta all’evoluzione crediamo che ogni cosa sia il progresso dell’altra, perciò dovremo senza subbio, sempre e comunque andare verso un miglioramento delle cose.
Io mi sono guardata un po’ intorno in questi mesi, specie in queste ultime e settimane e, scusatemi, io non credo di aver visto tutto sto progresso.
Perciò mi vien da confermare: Progresso uguale Regresso. Ma non perchè ce l’ho con i telefonini, la scienza, le industrie alimentari che deforestano migliaia di ettari di giungla per predisporre allevamenti intensivi. No, ma solo perchè Progresso e Regresso sono la stessa cosa. Se c’è uno c’è l’altro e viceversa.

E in tutto questo flusso di non dualità, di ‘opposti-reciproci’ si inserisce anche il nostro Coronavirus.

Sta nel flusso delle cose, in questa onda infinita ed eterna che ci accompagna e dove gli opposti sono sinonimi di una sola entità, così come il suono non potrebbe esistere senza il silenzio e viceversa, in una costante relatività. E noi non siamo ne più ne meno che quel flusso.
Chi conosce a fondo lo Yoga avrà senza dubbio sentito parlare di Maya, l’illusione. Così è Maya, il nostro voler per forza separare il fiore giallo di Tarassaco dal soffione, il Progresso dal Regresso, il Bene dal Male. Questo è solo un ‘prodotto’ della nostra mente logica, mentre la suddivisione di, fatto, è solo illusoria. Classifichiamo, cataloghiamo, controlliamo. Impacchettiamo tutto, bello sistemato, con i numeri sopra e le lettere in ordine alfabetico.

La nostra frustrazione (che erroneamente cerchiamo di sconfiggere con lo Yoga) è data dal fatto che ci aggrappiamo alla Vita o, meglio, al lato che consideriamo essere buono della medaglia, senza comprendere che un lato – per così dire – considerato ‘buono’, prevede anche un lato considerato ‘non buono’.

Chi è già stato in India almeno una volta, lo sa bene quanto gli opposti, in questo Paese, possono perdere la loro valenza. Vita e Morte corrono parallelamente e molto di ciò che per loro costituisce la ‘realtà’ noi la consideriamo paradosso. Pensate alla vacca, per loro Sacra e per questo lasciata libera dagli umani, ma costretta a cibarsi della plastica che trova per strada, abbandonata dagli stessi che credono nella sua divinità. Giusto? Sbagliato? Dipende dal nostro punto di vista.
Di fatto anche lo Yoga diventa vano se eseguito per raggiungere uno scopo, come può essere, ad esempio, liberarsi dalla frustrazione. «Desidero non essere frustrato». E come ogni Yogini sa perfettamente, il desiderio è qualcosa che non potrebbe essere contemplato nello Yoga. Capita spesso, in questo viaggio che vogliamo compiere verso la liberazione, che corriamo il rischio di ‘desiderare di non desiderare’ e di rimanere nel pantano.

Lo Zen ci insegna che non c’è nulla da raggiungere, nulla da afferrare. Che poi alla fine è la stessa cosa che ci insegna lo Yoga, se sappiamo conoscere a fondo il suo significato essenziale: UNIONE. C’è una bella frase che sta sulla copertina posteriore del libro di Alan Watts «La Via dello Zen». Immagino sia una frase sua, di Alan Watts, anche se non ci sono i crediti. Beh, questa frase per me è stata come un secondo riaprire gli occhi, come poi tutto ciò che letto nel libro. Questa frase recita: «Non si pratica lo Zen per divenire Budda; lo si pratica perchè si è Budda sin dall’inizio». E questo è meraviglioso.

Nella nostra pratica di Odaka Yoga siamo soliti agire senza sforzo, nel fluire costante del movimento che non è mai statico, ma cambia velocemente creando forme diverse alle quali non saprei neppure dare un nome e non avrebbe senso darlo in realtà. Il ‘nome’ è una cosa che abbiamo creato noi per dare delle spiegazioni a cose, solo per poter comunicare fra di noi. Con Odaka Yoga creo delle forme, ma è sempre il mio corpo che le crea. Quelle ‘forme’ e il mio corpo sono la stessa cosa. Non c’è differenza tra la mia posizione eretta e supina: cambia solo il punto di vista dell’osservatore.
Oltre alla pratica fisica, di Odaka Yoga amo la teoria, la filosofia che mi ha indotto a concepire la vita in modo estremamente relativo, come una danza giocosa di creazione e distruzione che non sono altro che la stessa identica cosa. Questo è veramente interessante. Poiché fa comprendere quanto il filo conduttore delle cose sia il medesimo per tutto.
Non dico che sia semplice fluire nel flusso delle cose. Dobbiamo dimenticare ciò che ci hanno insegnato e abbiamo secoli e secoli da dimenticare. E’ un processo giornaliero, ma non credo sia impossibile.

Così il Coronavirus è solo un altro evento della ruota. E anche io ho visto la Morte, anche da piuttosto vicino e anche più volte. Come tutti noi. Li vedete i documentari alla TV? Credo di sì, in questo periodo di TV ne vediamo tanta, qualche documentario ce lo saremo sicuramente passato. Tra gli animali esistono guerre fratricide. In quello che è rimasto della catena alimentare diverse specie si debbono mangiare per sopravvivere. Mai come nella catena alimentare Vita e Morte diventano la stessa cosa. Ma su un piano più alto quelli che noi possiamo considerare ‘omicidi’ producono armonia. Credete che questo non avvenga anche nel nostro corpo? Nel nostro sangue ci sono lotte sanguinarie (scusate il gioco di parole) tra particelle. Ma se non succedesse non potremo essere in salute. Ciò che su un piano può sembrare ‘ingiusto’ su un altro è armonia.

Tutto questo è a dir poco strabiliante, non credete?
Quindi, vi siete mai chiesti perchè il fiore del Tarassaco è giallo?

Valentina Ferrero. Ho iniziato a fare yoga quasi per caso, quando ero ancora una giornalista, un po’ come accade spesso a chi poi decide di fare dello yoga la sua vita. Perchè? Banalmente perchè mi ero stufata della routine frenetica che mi teneva legata al pc a scrivere, tutto il giorno, tutti i santi giorni. E che mi aveva fatto perde l’amore mio più grande, quello per la poesia e per la comunicazione attraverso i racconti. E insieme – a causa della routine – avevo perso anche un bel po’ di altre cose: emozioni, sensazioni, voglia di mangiare cibo buono, voglia di abbracciare, di baciare.

Qualcuno la chiama felicità e, in effetti, non ha tutti i torti.Lo yoga mi ha reso felice. E’ andata a stimolare tutti quegli ingredienti (sensazioni, emozioni) e li ha rimessi a posto. Al loro posto. Quello che avevano prima. Così ho lasciato perdere un po’ di cose – nel frattempo ho anche perso il lavoro di giornalista – e ho dato una sterzata alla mia vita.Volevo essere più consapevole: unirmi al tutto. Essere un Uno e tornare a emozionarmi. Che è poi l’essenza vera e più intima dello yoga.

E così… eccomi qui. Oggi pratico yoga, faccio corsi, scrivo di yoga, parlo di yoga, rompo le scatole al mio compagno tutto il giorno sullo yoga (e lui non mi ha ancora mandato a stendere – ed è una grande cosa). Attualmente insegno in una piccola cittadina ai piedi delle montagne piemontesi, Pinerolo.

Odaka Yoga è il percorso che ho scelto, anche se è più appropriato dire che è stato lui a scegliere me, in qualche modo. E’ una delle discipline e dei metodi più innovativi dello yoga, nato da oltre trent’anni di ricerca e sperimentazione da parte di due italiani, Roberto Miletti e Francesca Cassia. Odaka Yoga parte dall’acqua, da quell’elemento che è fondamentale per la nostra vita e del quale siamo principalmente costituiti. Un elemento che non ha forma, ma che può assumere tutte le forme, fluendo libero.